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La città paesaggio 1925-2015

foto_libroL’esigenza di approfondire l’argomento nasce da un interesse ormai quasi “professionale” per il tema Dalmine che mi accompagna da lungo tempo. Il volume (207 pp.) definisce i confini geografici della ricerca: Dalmine da est a ovest, dal velodromo al fiume Brembo. Il confine nord non è indicato, ma è posto lungo l’asse Viale Locatelli / Marconi / Brembo fermandosi verso sud al muro che separa l’azienda dal resto del territorio. Il periodo storico preso in considerazione coincide con la vita di uno dei testimoni, dal 1925 a oggi, che nella parte iniziale è lo stesso in cui a Dalmine ha operato l’architetto milanese Giovanni Greppi. Anche l’autore ha “trascorso la propria infanzia qui, tra le ville e le case della baggina, sugli argini del Brembo […]” e “attraversa il paesaggio del basso Brembo dall’estate del 1989 […]”.

L’oggetto di studio infatti non è Dalmine, ma il “villaggio” progettato e realizzato dal Greppi per conto della Società Anonima Dalmine.Per questo Dalmine – precisa l’autore – non compare nel titolo del libro ma è visibile solo sulla mappa del 1955.” Anzi, nemmeno l’azienda è presa in considerazione nel suo rapporto di committenza, ma si fanno risalire le scelte e le culture di riferimento solo all’architetto. Sono “i caratteri della città greppiana” che interessano a Pagliarini, “un mondo intatto circondato dal disordine della città infinita”, “disordine urbano che ha caratterizzato il territorio e si è addensato attorno ad essa” con il solo merito di non averne compromesso “il fascino”. La ricerca è centrata sul “villaggio industriale” così che l’astrazione dal contesto prefigura “un altrove geografico e temporale capace di colonizzare altri luoghi”.

Nel villaggio disegnato dal Greppi la “perturbante uniformità” e la “straordinaria qualità formale” di linee, colori e materiali caratterizzano le architetture con “funzioni distinte, separate, tenute a distanza da alberi sempreverdi”, mentre la vegetazione di orti e giardini, piazze e viali alberati crea un’”assonanza” e continuità con la valle del Brembo. Qui il fiume “è avaro con gli agricoltori, perché inattingibile”, ma ha svolto un ruolo importante dal punto di vista economico (pascolo, pesca, materiali da costruzione, …) e da decenni anche quello di luogo per il tempo libero.

L’autore muove dall’ipotesi che l’insediamento di fabbrica e villaggio non sia stato calato “in una comunità preesistente”, ma “in un immenso fondo agricolo” di cui non dice altro, ma che sappiamo essere stato della famiglia Camozzi. L’esperimento sociale, urbanistico e architettonico è avvenuto quindi per un progetto unitario e armonico, steso e coordinato da Greppi, secondo il modello della “città giardino” che garantiva “privacy e silenzio” così da diluire i contrasti ed evitare i conflitti, “annullando le cause che possano originarli: la densità, la prossimità, il vicinato, la mescolanza sociale”.

La giovane età della città greppiana, della città di fondazione, è stata il motivo, secondo l’autore, che l’ha spinta a cercare “nelle immagini un riflesso della propria identità, se non una conferma, almeno un riconoscimento”. “L’esito è una raccolta monumentale di artefatti di grande qualità”, archiviazione promossa da istituzioni e singoli cittadini con la passione dell’”impegno civile”. Le fotografie nel libro occupano infatti una parte preponderante, da p. 41 a 172, e sono generalmente accompagnate dalle testimonianze di 11 cittadini che vivono o hanno vissuto entro questo villaggio industriale.

Cosa è rimasto di quella esperienza urbanistica e sociale […]?” Qual è il risultato della ricerca? “I disegni delle architetture, gli oggetti e le voci narranti, a cui le fotografie rinviano continuamente, […] tratteggiano un’immagine indefinita dell’identità di Dalmine”. Gli intervistati sono per lo più persone che per decenni sono vissuti alle dipendenze o nel contesto di una grande azienda. Questa, dopo aver dismesso welfare e gran parte degli edifici oggetto di ricerca, nonché ridotto l’occupazione, in un prossimo futuro si avvierà a una ulteriore e profonda trasformazione. La consonanza tra ambiente e architettura del progetto Greppi potrebbe rappresentare un modello da seguire anche per il futuro quando “l’acciaieria tornerà ad essere un bosco”, con laboratori ed “Officine sobrie e in armonia con il luogo , proprio come le architetture greppiane”, al cui “interno si produrranno semilavorati compositi e nuove leghe per veicoli elettrici e ultraleggeri ad energia fotovoltaica”.

Sono immagini suggestive per il futuro, la parte più originale in questo “viaggio che è un avvicinamento e allo stesso tempo un congedo”, indica un percorso da seguire soprattutto per chi ha responsabilità nella guida e gestione del territorio. Ma la ricerca ha nella sua impostazione, così ci sembra, alcuni limiti ed errori.

L’insediamento dell’azienda non avvenne in un territorio disabitato. Dalmine era un villaggio già prima dell’anno Mille, entrato nei possedimenti dei Suardi, poi per tre secoli di pertinenza del Convento di Santo Spirito di Bergamo ed infine passato ai conti Camozzi che lo tennero per un secolo e mezzo fino alla vendita totale all’azienda Mannesmann, poi S.A. Dalmine. “Nei periodi di crisi occorre ricercare il “genius loci”, occorre non perdere di vista qual è stato l’elemento di continuità che la città ha perpetuato lungo tutto la sua storia, quello che l’ha distinta dalle altre città e le ha dato un senso …” (Calvino, Gli dei della città, 1980). La forza attrattiva di Dalmine è stata, per un migliaio di anni, l’essere stata un’unica grande proprietà, tanto da far dire al Capitano Da Lezze nel 1596: “Tutta la detta terra di Dalmine è delli rev.di padri Canonici Regolari di S.to Spirito in Bergomo”. Questi Canonici ci hanno lasciato dei preziosi cabrei che descrivono minutamente le proprietà e il villaggio di Dalmine nel 1752.

Fino all’unità d’Italia il comune ebbe la doppia denominazione di Dalmine e Sabbio, documentata a partire dal 1447. Per secoli dipese come parrocchia dalla vicina chiesa di Sant’Andrea di Sforzatica e dal 1863 il comune assunse il titolo di Sabbio Bergamasco. Lo stabilimento non sorse come una “cattedrale nel deserto”, ma nel contesto di una serie di relazioni che ne influenzarono la nascita e lo sviluppo. Ad esempio, l’amministratore delegato della Mannesmann, Eugenio Hannesen, fece parte del consiglio comunale di Sabbio fino al 1911, dove sedeva anche il conte Danieli che aveva curato la vendita dei terreni per la moglie Elisa Camozzi.

Nel disegno e nella realizzazione di questa città (o villaggio? I due titoli sono usati come sinonimi, ma rappresentano dimensioni diverse) Greppi fece abbattere una serie di edifici preesistenti, tra cui la villa dei Camozzi / Danieli, che conteneva anche un piccolo museo risorgimentale con la raccolta di cimeli di Gabriele Camozzi. Lasciò intatta la chiesa di San Giorgio (è del 1094 la prima citazione) e rimodulò l’ultima parte del castello dei Suardi dopo le modifiche portate negli anni ’10 dalla proprietà, preservando la torre. Due edifici medievali, quasi a significare, in un tempo in cui la comunicazione aziendale stava prendendo le prime mosse, che l’azienda avesse traghettato quel territorio dal medioevo direttamente all’età moderna. Più che di città di fondazione, sarebbe corretto parlare di ri-fondazione.

Le strade principali non sono “piste dirette verso destinazioni lontane, approdi ideali”. Sono disegnate secondo lo schema delle città romane, come ci è stato ricordato nella presentazione, e si incrociavano nell’allora Piazza Impero. Ma il centro del potere non era lì, tra il Municipio e la Casa del Fascio con al centro il monumento al tubo alto 60 m. Il cardo maximus, oggi Viale Betelli / Mazzini, si apriva a nord verso l’aperta campagna, o idealmente verso Bergamo, mentre a sud era sbarrato dal palazzo della direzione dello stabilimento. L’effetto che l’architetto Greppi aveva ottenuto era quello di “monumentalizzare una via chiudendone la prospettiva sulla facciata di un edificio rappresentativo” (Pennacchi, 2008).

Un altro architetto, Attilio Pizzigoni (2003, p. 151), ha osservato come “Nel disegno urbano di Greppi, meglio dovremmo dire di Greppi-Garbagni, manca infatti in modo sorprendente una parte della città: manca la città dei morti. C’è tutto a Dalmine, c’è ogni sorta di servizi e di attrezzature sociali, ma manca il cimitero”. L’”ottimismo positivista” che guidò progettista e committente (presidente della Dalmine dal 1920 al 1930) nel generare la nuova città prevedeva che gli occupanti delle case vi restassero solo fino a che durava “il rapporto di dipendenza con la Dalmine”. Per la pensione e per morire si doveva andare altrove. Da qui la definizione di “comunità mancata” (Ottieri, 2001, p. 88) che abitava questo “paese aziendale” , “alla svizzera”, dove “si fa una piccola vita sociale” e che fu uno dei problemi che i due primi parroci di Dalmine dovettero affrontare. L’elemento di identità non era rappresentato dal territorio, ma dal lavoro nell’azienda.

In conclusione, l’operazione di spezzettare Dalmine in piccole parti (company town, garden city) sembra perdersi nel paradosso della tartaruga e di Achille piè veloce, da cui l’autore prova ad uscire con una soluzione per il futuro dell’area Tenaris (1/7 circa di Dalmine). Ma questo non aiuta a ridefinire l’identità sociale di Dalmine. In sostituzione delle tante denominazioni indicate nel libro, mi sembra più consona “Dalmine città dalla storia lunga e plurale”, perché tale è sul piano urbanistico (7 quartieri, cinque ex comuni medievali) e storico, anche per i numerosi attori che hanno contribuito allo sviluppo di questo territorio.

Claudio Pesenti

La città paesaggio_recensione_clp


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