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Il “Raggio lavoratori” a Dalmine

L’idea che i cattolici abbiano contribuito in modo determinante alla lotta di Liberazione dal fascismo non è ancora oggi pienamente accettata e la Resistenza è vista come patrimonio quasi esclusivo della sinistra. Ai cattolici viene riconosciuta semmai una partecipazione subalterna. Ciò è molto riduttivo della complessità del movimento di Liberazione che vide svilupparsi in Italia una ribellione popolare determinata dal risveglio spontaneo della coscienza di un popolo e non solo di avanguardie di intellettuali. Spiegava efficacemente già Pietro Calamandrei nel suo libro Uomini e città della Resistenza: “(…) Senza questa spontaneità di carattere morale e religioso non si potrebbe spiegare come all’indomani dell’8 settembre (…) fossero sorti 100 luoghi d’Italia, 100 focolai di insurrezione, l’uno all’insaputa dell’altro, senza mezzi, senza programma chiaro, senza saper bene quello che occorreva fare, ma tuttavia mossi da quell’irreprimibile volontà di fare”. Bisogna inoltre ricordare che i mesi della resistenza armata furono preparati dall’antifascismo del ventennio durante il quale pochi elementi si radunavano in piccoli gruppi e in condizioni molto pericolose per chiarirsi le motivazioni della loro avversione culturale e ideale al regime. Questo avvenne anche a Dalmine dove le voci di dissenso più vivaci furono quelle dei primi aderenti ai nascenti partito comunista e socialista.

In ambito ecclesiastico l’elezione al soglio pontificio di Pio XI, nel gennaio del 1922, portò ad una netta divisione tra l’impegno politico portato avanti dal Partito Popolare e la funzione religiosa svolta dalla Chiesa attraverso l’Azione Cattolica (AC); quest’ultima infatti, secondo il Pontefice, avrebbe dovuto avere il compito di incidere nella società svolgendo un’opera di

formazione delle coscienze e preparare la strada ad una riaffermazione della societas christiana. L’atteggiamento dell’AC all’avvento al potere del fascismo, nell’ottobre dello stesso 1922, può essere definito di “attesa”, cui seguirono, nel tempo, una “collaborazione nella distinzione”, un periodo di “sostanziale appoggio” al regime e un momento di “raffreddamento” che sfociò poi in una rottura definitiva nel 1938, quando il regime si avvicinò alla Germania nazista e scoppiò la questione razziale. Bisogna inoltre considerare che proprio nel 1938, dopo che già nel 1931 si era avuta la chiusura di molti circoli giovanili di AC non organici al regime come a Sforzatica, Mariano e Dalmine dove erano stati anche distrutti i labari e si era avuta l’aggressione ad alcuni iscritti ai circoli, in tutta Italia si accentuò l’attività di controllo dei prefetti sia sulla stampa cattolica sia sul clero; venne inoltre sancita l’incompatibilità tra l’iscrizione all’AC e al partito nazionale fascista. L’AC, con le sue branche, per tutto il ventennio fascista aveva comunque favorito anche a Dalmine l’intrecciarsi di rapporti solidi e di amicizie fidate che, attraverso i più vivaci elementi dell’associazione, soprattutto dal 1938 portarono il magistero della Chiesa tra i giovani negli oratori e nelle fabbriche con un’azione educativa che sarebbe stata fondamentale per il futuro.

Nasceva così il “Raggio” dell’Azione Cattolica che, organizzata in modo capillare e svolgendo un’opera di promozione umana, morale e culturale anche nei luoghi di lavoro, non era certamente gradita al regime che l’accusava di voler costituire un vero e proprio partito alternativo. I promotori di tale iniziativa nella diocesi di Bergamo furono: Don Antonio Seghezzi, Giuseppe Belotti, Aurelio Colleoni, Mario Zanchi e alcuni pochi altri.

Seguendo le direttive dell’AC diocesana, Aurelio Colleoni, lavoratore della “Dalmine” fin dal 1937, aveva la possibilità di avvicinare numerosi operai e, soprattutto dopo il congedo definitivo dall’esercito – con il grado di capitano – nella primavera del ‘43, poté con regolarità condividere con loro i suoi ideali cristiani e radunarli regolarmente in un’opera di apostolato che già da tempo lo vedeva animatore instancabile a Treviglio e nella plaga della pianura bergamasca. Egli si occupava soprattutto dei giovani neoassunti nella grande fabbrica siderurgica locale dove, come scriverà nel 1944 nel suo articolo Un capo reparto parla degli operai, essi perdevano la propria identità per divenire solo il numero di matricola che contraddistingueva il loro posto di lavoro, la loro medaglia, il loro foglio paga.

I primi incontri, con la copertura dell’educazione religiosa, avvennero quando era parroco don Rocchi. Come ci dice Ernesto Frigerio, un rappresentante molto importante del Partito d’Azione – la corrente resistenziale più numerosa tra i lavoratori della “Dalmine”-, “ (…) don Rocchi era stato cappellano militare durante la Grande Guerra e aveva precise conoscenze sul partito fascista al quale era contrario, pur non assumendo atteggiamenti esteriori troppo espliciti. Aveva screzi anche con la direzione aziendale che lo voleva più ligio alle proprie direttive e, forse per questo, per un certo periodo di tempo si rifiutò di prendere possesso della canonica costruita vicino alla chiesa.” Durante le funzioni religiose particolarmente importanti che vedevano schierati gerarchi, autorità e Balilla in prima fila, non esitava, prima di iniziare la celebrazione, ad invitare i ragazzi ad uscire e ad andare a giocare. Nelle omelie apparentemente semplici manifestava il suo atteggiamento di contrarietà e avversione alle imposizioni dei gerarchi locali con riflessioni sul comportamento che un cristiano deve tenere sempre, anche nelle situazioni più difficili.

Dopo la sua morte avvenuta nel 1941, venne nominato parroco don Alessandro Bolis (1907-1971) che capì subito l’importanza della creazione di un “Raggio lavoratori” all’interno della “Dalmine” e diede la sua disponibilità e il suo aiuto aprendo i locali della parrocchia per le riunioni degli operai e degli impiegati. Così capitava che nell’intervallo del mezzogiorno, dopo un pasto frugale, il ritrovo settimanale fosse nella casa del parroco o nella sacrestia di sinistra della chiesa parrocchiale di San Giuseppe.

Il gruppo di lavoratori, riunitosi ufficialmente la prima volta il 28 marzo 1944 e composto inizialmente da sette, otto persone, si allargò sino a raggiungere la sessantina, suddivisa però in piccoli gruppi; il 30 giugno venne costituito anche il “Raggio impiegate”. Le liste dei lavoratori, come suggeriva don Antonio Seghezzi, e come annotò don Sandro nel Chronicon, dovevano essere consegnate a mano, le date delle riunioni comunicate individualmente e le convocazioni fatte “alla spicciolata”.

Dopo la difficile e burrascosa estate del 1943, antifascisti dalminesi portarono a compimento alcune azioni di disturbo, come il taglio della linea telefonica tedesca tra Dalmine e Guzzanica, l’asportazione dei cavi elettrici sulla via provinciale verso Levate, oltre a scioperi e forme di protesta che scatenarono la repressione fascista con numerosi pestaggi e arresti di lavoratori.

Sul finire dell’anno alcuni di loro organizzarono una commissione clandestina di fabbrica che durante i turni di lavoro si riuniva in gallerie sotterranee interne allo stabilimento: agli incontri partecipavano, con qualche altro antifascista, Ernesto Frigerio, Francesco Salerno, Pietro Sottocornola e Filippo Mazzola, raggino alla “Dalmine” e uno dei fondatori a Brembate della prima brigata militare di pianura di cui Aurelio Colleoni diverrà l’ufficiale di collegamento.

Per poter coordinare il lavoro di apostolato sociale, si erano costituiti in Bergamo nell’ottobre del 1943 i “Raggi provinciali” che avevano sede nella federazione della Gioventù Italiana di AC (Giac). Questo organismo, oltre a coordinare l’attività di AC nelle fabbriche, serviva a coprire il lavoro di educazione e di formazione dei futuri quadri sindacali cristiani che si attuava con incontri clandestini tenuti presso l’oratorio di Borgo Palazzo in Bergamo.

Il “Raggio lavoratori” fu la componente sindacale della prima embrionale “Brigata del Popolo della Media e Bassa Bergamasca” di ispirazione democratico cristiana; essa assunse più tardi la denominazione definitiva di “Brigata Pontida” e venne inquadrata, nel dicembre del 1944, nella Divisione “Bergamo” delle “Brigate del Popolo”. Le “Brigate del Popolo” andarono costituendosi ufficialmente dopo che nell’aprile del 1944 era sorto a Bergamo il Comitato di liberazione nazionale (CLN) provinciale interpartitico: erano formazioni di pianura, integrative di quelle di montagna, nate dalle bande che all’inizio della Resistenza avevano svolto in modo autonomo attività di assistenza agli ebrei, ai perseguitati e alle prime formazioni di montagna. Esse erano raggruppate in divisioni: la “Divisione Bergamo”, che operava nella nostra provincia, comprendeva cinque brigate: “Pontida”, “Albenza”, “Città”, “Serio” e “Bronzone”. A sua volta la brigata “Pontida”, che operava anche a Dalmine, era formata da sei squadre: “Tito Speri”, “Monterosa”, “Brembo”, “Cavour”, “Trieste” e “Trento”. Nella squadra “Trento” di Capriate era operativo il raggino Filippo Mazzola che, arrestato, torturato e deportato con altri lavoratori della “Dalmine” nel dicembre del 1944, verrà sostituito, come ufficiale istruttore, da Elio Colleoni comandante della brigata “Treviglio” delle formazioni cattoliche “Alfredo di Dio” dell’Alto Milanese.

La squadra “Brembo”, che prese corpo nel comune di Dalmine, era formata inizialmente da alcuni giovani di Mariano che si riconoscevano nell’operato di Luigi Marchetti detto Gigi, un capo meccanico del paese e, dopo le iniziali azioni di disturbo e di soccorso ai giovani renitenti alla leva, andò allargandosi con l’apporto di alcuni giovani di Sforzatica, Dalmine, Sabbio e di altri paesi vicini fino a costituire una squadra vera e propria che si legò con altri gruppi antifascisti operanti nelle zone vicine fino a Fara Gera d’Adda, Treviglio, Levate, Osio, Boltiere, Treviolo, Ponte San Pietro, Caprino e Pontida.

Il CLN aziendale costituitosi alla “Dalmine” nell’estate del 1944 lasciò ai vari partiti politici libertà d’azione per quanto riguardava le impostazioni della propaganda politica e dell’organizzazione militare. Il rappresentante della DC, Elio Colleoni inquadrò gli uomini da lui dipendenti in squadre di 20 elementi da armare a seconda delle necessità. Allineandosi alle direttive del CLN, le squadre di matrice cattolica e democristiana presenti nella “Dalmine” suddivisero il lavoro tra i vari gruppi operativi: la compagnia “Brembo” al comando di Luigi Marchetti svolse con l’apporto degli uomini di Mariano, Sabbio e Sforzatica azioni di disarmo di militi e di disturbo presso caserme di fascisti, azioni coordinate anche con uomini della brigata “Garibaldi”; i Raggini, guidati da Elio Colleoni, furono istruiti per azioni di soccorso morale e materiale alle famiglie più povere, o a quelle degli arrestati, oltre che per azioni di volantinaggio e di controllo delle mosse dei nazifascisti; gli uomini della compagnia “Trento” di Brembate che contava diversi lavoratori nella “Dalmine”, capeggiati inizialmente da Settimo Doneda arrestato e deportato nel dicembre 1944, prepararono attentati, eseguirono pedinamenti e disarmi di militi fascisti. Come gli uomini delle squadre degli altri partiti, gli antifascisti cattolici attuarono anche azioni di disturbo e sabotaggio della produzione; si evince poi dalla relazione finale sull’operato del CLN aziendale della “Dalmine”, che a Colleoni, unico membro dello stesso CLN ad essere stato congedato con il grado di ufficiale, venne affidato l’incarico di predisporre piani per la difesa degli impianti della “Dalmine” da tentativi di distruzione o asportazione da parte di reparti tedeschi in fuga.

Don Sandro Bolis seguì, incoraggiò, stimolò e guidò con mano ferma l’operato delle varie branche dell’AC, ma in particolare, con vigile discrezione, il “Raggio lavoratori”; per questo era in stretto contatto oltre che con Elio Colleoni, che ne era divenuto il responsabile provinciale, anche con altri lavoratori tra i quali Nullo Biaggi, Franco Pusineri e Damiano Sordo, responsabile locale più volte arrestato, e poi membro del CLN di Ossanesga dove era sfollato dal giorno del tragico bombardamento del 6 luglio 1944. Il parroco di Dalmine, in questa sua azione, ebbe sicuramente l’approvazione del vescovo di Bergamo, monsignor Adriano Bernareggi. Fu don Sandro infatti che, nel momento insurrezionale dell’aprile 1945, preavvisò gli uomini del deposito armi delle guardie del corpo di vigilanza dello stabilimento “Dalmine” di non opporre resistenza nel momento dell’assalto da parte dei partigiani poiché nel giro di poche ore ci sarebbe stato il passaggio dei poteri al CLN aziendale. L’informazione, data per sicura, gli era stata fornita dal vescovo.

A cura di Mariella Tosoni

Articolo pubblicato su La Voce della Comunità, Parrocchia San Giuseppe, estate 2016

La_Voce_della_Comunita_Estate2016.pdf


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